Imparare la collaborazione, attivare la resilienza

La notizia del terremoto del Centro Italia avvenuto nella notte del 24 agosto del 2016 ha lasciato scossa tutta la penisola… In pochi secondi una moltitudine di paesi sono stati distrutti, si contavano centinaia di morti… La vita di molte persone era cambiata inesorabilmente nel tempo di una manciata di minuti…

E anche Norcia, cittadina così caratteristica del territorio umbro, aveva sentito tremare la terra, aveva visto lunghe crepe formarsi sui muri delle case, aveva assistito impotente alle opere di sfollamento e rinforzo dei palazzi da parte della Protezione Civile. Avevano resistito i muri; ma le persone, terrorizzate da ciò che avevano visto quella notte, erano ugualmente state costrette a riparare nelle tende, nelle palestre, nei dormitori allestiti. E non solo Norcia aveva dovuto sopportare i movimenti della terra: Campi, Preci, Castelluccio… E molte altre frazioni, molti altri ameni paesi si ritrovavano ora a dover fare i conti con il terrore.

In quell’occasione l’Ordine degli Psicologi dell’Umbria (ma anche altri Ordini di diverse regioni come il Lazio, la Lombardia e la Campania) si sono immediatamente mobilitati chiamando a raccolta in forma di volontariato tutti gli iscritti che avessero dato la propria disponibilità per sostenere psicologicamente gli abitanti di queste popolazioni.

Fra i professionisti reclutati ho aderito anch’io ed ho ritenuto l’esperienza che ho vissuto così piena e formativa che condivido volentieri l’esperienza.

Durante questa prima scossa mi sono trovata a collaborare in un gruppo formato da 9 terapeute di cui 5 provenienti dall’Associazione EMDR di Milano, una dall’Ordine della Campania, una da quello della Lombardia ed una dal Lazio; infine c’ero io, in quell’occasione unica rappresentante dell’Ordine dell’Umbria. Poiché una buona parte degli edifici di Norcia, dove era stato allestito il campo della Protezione Civile, aveva resistito alla scossa, noi terapeute eravamo state alloggiate in una piccola pensione a qualche chilometro dall’accampamento. Ho trascorso notte e giorno, cinque giornate con queste altre terapeute.
immagine: terremoto - gruppo terapeute volontarie
Avendo anch’io la formazione EMDR ho utilizzato insieme alle colleghe milanesi questo approccio in un protocollo particolare incentrato sulle emergenze ottenendo ottimi risultati in tema di elaborazione e sollievo: dopo circa 6 sedute di trattamento le persone riferivano di sentirsi meglio e di vivere il ricordo in maniera più distaccata e visivamente meno nitida. Nelle fasi finali emergevano anche pensieri più positivi che contenevano la speranza di poter rientrare nelle case e riprendere la propria quotidianità.

Ho avuto modo di osservare colleghe più esperte di me in fatto di emergenze ed ho potuto apprendere un modus operandi formato da tanti fattori che per me, abituata alla tranquillità del mio piccolo studio, erano nuovi: ho imparato la tempestività, ovvero la capacità di fare scelte nell’immediato e di assumersene la responsabilità, certi di ciò che si sta facendo. Ho partecipato alle mansioni organizzative: perché anche nell’emergenza è necessario riuscire a mantenere quel minimo di ordine che garantisca un lavoro finalizzato e non svolto in maniera caotica. Sono stata con il gruppo anche nei momenti al di fuori dell’intervento, per esempio la sera, prima di andare a dormire: anche qui ho imparato moltissimo. Ho imparato a riparlare di ciò che accade durante la giornata per riformularlo e riuscire a dare un significato a ciò che era accaduto a quelle persone e a ciò che stavo facendo io. Ho imparato la collaborazione: diverse persone che prima non si conoscevano, diverse formazioni, diversi curricula, diverse provenienze. Eppure un’unica efficiente organizzazione la cui finalità principale era dare sollievo alle paure di quelle persone. Con le colleghe oggi mi ritengo amica: persone che non conoscevo, che vedevo anche con un po’ di diffidenza… Invece il legame che ne è nato è stato molto forte a causa dello stress a cui siamo state sottoposte, i racconti delle madri impaurite per i loro figli, delle persone sole che tutt’a un tratto si sono accorte di quanto erano vulnerabili, degli anziani che raccontavano la loro rassegnazione… Le scosse che noi stesse sentivamo anche durante le sedute!

Poi la terra sembrava essersi calmata… Per tutto il mese di settembre e quasi tutto il mese di ottobre, solo piccole scosse che, se continuavano a torturare l’anima di chi viveva in quelle zone, però non creavano ulteriori danni agli edifici, erano scosse ben lontane da quelle che avevano seminato morte alla fine di agosto…

Ma era solo un momento di riposo… Alla fine di ottobre (il 26 e il 30) Madre Terra ha ricominciato a scuotersi, questa volta con scosse fortissime, questa volta ferendo profondamente anche la nostra cara Umbria: Norcia, Preci, Campi, Monteleone non ce l’hanno fatta… Sono crollate anche loro… I muri si sono sgretolati sotto la spinta che i movimenti tellurici imprimevano alla superficie! Ancora una volta, però, la morte ci ha sfiorati ma non si è fermata: i cittadini, infatti, già da diversi mesi, spaventati dal terremoto di agosto, dormivano fuori dalle loro case (allora le temperature lo permettevano ancora…) e questo ha salvato la vita di molti!
immagine: terremoto - San Benedetto Norcia
Nuova emergenza, di nuovo tanta gente che vedeva i propri progetti distruggersi davanti agli occhi. Ancora tanto dolore, tanta paura, tanta ansia per un futuro tutto da riscrivere. Immediatamente si sono attivati per la seconda volta l’Ordine dell’Umbria e l’Associazione EMDR ed io, come tanti altri psicologi, ho dato la mia disponibilità. Questa volta la suddivisione dei compiti è stata diversa: nella core zone sono andati un gruppo di colleghi esperti nell’ambito delle emergenze, mentre io ed altri colleghi siamo stati assegnati come sostegno alle persone che erano state sfollate ed accolte negli alberghi. Così, in un luogo sicuro, l’esperienza è stata ancora una volta nuova per me: c’era modo di rivedersi, di fare un numero di sedute tali da creare una relazione di fiducia e conoscenza non accelerata dai tempi. Ho appreso così le tante storie delle persone che ho ascoltato prima di somministrare il protocollo EMDR, reazioni immediate, squarci di realtà, immagini impresse, sensazioni, odori, il “grande boato” che ha spaventato tutti, la confusione nel riversarsi nelle strade e poi ritrovarsi, infreddoliti e con gli occhi sbarrati, nel parco fuori le mura, riconoscersi, sostenersi, aspettare per vedere se stiamo tutti bene… Mi hanno raccontato di armadi che cadevano fracassando tutto ciò che contenevano (piatti, bicchieri, bottiglie…), la strada si muoveva come un nastro, sembrava volerti far cadere per dispetto, le automobili dondolavano come se fossero state leggere leggere, pareva che si ribaltassero!
immagine: terremoto - case crollate
Poi, piano piano, è arrivato un po’ d’ordine, la Protezione Civile ha ricominciato il suo lavoro… E molti sono arrivati lì, negli alberghi, molte erano le persone con cui in seguito avremmo lavorato noi psicologi… Ma non era finita qua. Già perché, quello che ho sentito più spesso dai giovani adulti era il rammarico di aver perso tutto, tutto: la casa, sì, molti anche il lavoro. Ma anche le piccole cose: le foto del matrimonio, i vestiti, oggetti di persone care… Li avrebbero riavuti?
immagine: terremoto - piccole cose
Altre persone mi hanno raccontato del cimitero distrutto, bare allo scoperto e della disgustosa blasfemia che leggevano in tutto questo. Gli anziani, invece, cercavano di farsi una ragione del fatto che forse non avrebbero più rivisto Norcia… “Eh, coi tempi che abbiamo noi italiani mica ci ritorno più a Norcia”… La speranza era quella di avere almeno la famosa “casetta”: da lì sì, si poteva ricominciare raccontavano. Ma la loro preoccupazione non era per loro, era per i loro figli, gente forte, in gamba, con tutto il futuro ancora da divorare: giovani genitori di bambini ancora piccoli, coppie appena sposate che hanno avuto il coraggio di sobbarcarsi un mutuo, ragazzi intraprendenti che avevano da poco aperto un’attività, fiduciosi nella riuscita dei loro progetti… E adesso? Dove trovare la tanto famosa “resilienza” in una storia del genere? Come aiutarli a riprogettare il futuro ancora con fiducia?
immagine: terremoto - crolli
Ecco: questo è ciò che abbiamo fatto noi psicologi, questa la sfida che abbiamo accettato, questo lo scopo del nostro agire lì, negli alberghi, camminando verso mete confuse che si andavano delineando a poco a poco insieme alle persone che avevamo davanti che con incredibile tenacia, comunque, erano pronte a ripartire.

photo by: marcellomigliosi1956, Angelo_Giordano, The Climate Reality Project, Sweet Ice Cream Photography)

(Articolo pubblicato su “La Mente Che Cura – Rivista dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria”, Anno III, N. 3, Agosto 2017)

Talentuosi si nasce o si diventa? È questione di mindset

Stando a quanto emerso da numerose ricerche, il raggiungimento dei nostri scopi è legato più al modo in cui ci relazioniamo con essi che alle nostre attitudini personali. Tutti abbiamo sentito parlare della forza di volontà e dell’impegno e ci siamo sentiti ripetere che, con la giusta costanza, avremmo potuto raggiungere qualsiasi obiettivo; in alcuni casi abbiamo pensato che fosse possibile e così abbiamo deciso di agire. Eppure, quando la strada si è fatta più complicata del previsto, ci siamo immediatamente demotivati e abbiamo rinunciato. Perché?

Il significato che diamo al talento influenza il nostro futuro

La dottoressa Carol Dweck, docente di psicologia presso la Stanford University, ha recentemente portato alla ribalta il concetto di mindset, traducibile con forma mentis o mentalità. Dweck parla di due tipi di mindset: statico e dinamico.
La mentalità statica vede i talenti come una dote naturale immutabile, mentre secondo la mentalità dinamica qualsiasi abilità può essere imparata, ma i talenti devono essere costantemente allenati o possono peggiorare.
La riflessione su questi due tipi di mindset è di fondamentale importanza in tutte le relazioni educative: tra preparatori atletici e sportivi, genitori e figli, insegnanti e allievi; capiamo insieme perché.

Molte persone che nel corso della vita non hanno allenato le loro abilità innate raccontano di non aver sviluppato appieno la loro carriera. Il motivo? Pensavano bastasse possedere una certa dote per avere successo, senza un ulteriore impegno da parte loro. Questo atteggiamento è tipico della forma mentis statica, secondo cui nasciamo con un certo livello di competenze e tutte le nostre scelte sono volte a confermare il possesso di quelle capacità:
  • agli altri, per essere accettati;
  • a noi stessi, per non sentirci dei falliti.
È una mentalità drastica, non prevede la possibilità di poter imparare per gradi attraverso la perseveranza e l’errore: o siamo capaci, o siamo incapaci.

Per chi ha una forma mentis dinamica, al contrario, le caratteristiche sono competenze che si possono apprendere e migliorare. Un cambio di prospettiva evidente, se pensiamo a quanto il mindset statico condizioni le nostre idee su doti come quelle artistiche o sportive. Tutti, infatti, tendiamo a considerarle dei doni di natura che possediamo dalla nascita, oppure che non averemo mai. Il mindset dinamico ci dice l’esatto opposto: ciascuno di noi può essere particolarmente dotato in alcuni campi, ma ciò non impedisce a persone apparentemente meno portate di riuscire a imparare quell’arte e a conseguire un successo anche maggiore. La leggenda metropolitana di Einstein rimandato in fisica vuole insegnarci proprio questo: la storia del sapere umano è ricca di talenti precoci, così come di persone inizialmente rifiutate proprio negli ambiti in cui più tardi hanno avuto successo. Grazie alle ricerche scientifiche della neuropsicologia, inoltre, oggi sappiamo per certo che l'intelligenza e l'apprendimento di nuove abilità generano nuovi collegamenti neuronali all'interno del nostro cervello e lo mantengono plastico (cioè in grado di cambiare in continuazione); essere propensi a imparare cose nuove ci fa bene a ogni età.

Bisogno di dimostrare o voglia di imparare? Due strade (opposte) per arrivare al traguardo

Il nostro mindset influisce su come agiamo in vista di uno scopo:
  • il mindset statico, che ritiene le caratteristiche innate e immutabili, ci spinge alla fuga dalle preoccupazioni più che al raggiungimento di una meta, facendoci oscillare tra due poli opposti: successo e fallimento. Il suo tratto distintivo è la rigidità delle strategie usate per dimostrare le proprie capacità. Gli scopi di una mentalità statica derivano quasi sempre dalle aspettative imposte da qualcun altro, spesso troppo pesanti. Cercare di dimostrare che queste sono ben riposte può generare in noi una forte ansia da prestazione. Nel peggiore dei casi, se non riusciamo a mantenere gli standard che ci vengono richiesti, rischiamo di sentirci falliti in senso assoluto rispetto all'obiettivo e non semplicemente in difficoltà rispetto a una fase che porta al suo raggiungimento.
  • il mindset dinamico, che considera qualsiasi attività come un insieme di passi da imparare, non si arrende di fronte alle difficoltà e agli insuccessi, perché li mette in conto nel percorso verso la propria meta e li usa per riflettere su ciò che è accaduto e trovare altre strategie per raggiungerla. Chi ha questa mentalità non sente la necessità di dimostrare qualcosa a qualcuno, ma è spinto dalla curiosità di imparare; poiché qualsiasi apprendimento richiede perseveranza e allenamento, l'impegno riveste in questo assetto mentale un ruolo fondamentale. La forma mentis dinamica, dunque, porta al raggiungimento dei propri scopi attraverso l'impegno e la soddisfazione derivante dall'apprendimento.
immagine: mindset dinamico - impegno e apprendimento / Credits: rawpixel.com

Come si coltiva il mindset dinamico?

Riceviamo i primi giudizi sulle nostre capacità in famiglia e a scuola, poi in ambienti come quello sportivo. In qualità di genitori, educatori o allenatori, gli elogi o le correzioni che diamo possono determinare nei bambini lo sviluppo di un mindset statico o dinamico. Questo vuol dire che, in caso di successo, possiamo complimentarci con loro (è così bello vederli felici per aver centrato un obiettivo!), ricordandoci però di lodare il processo più che il risultato:

se per esempio il nostro bambino torna da scuola con un buon voto, dovremmo concentrarci sull'impegno profuso più che sul voto ottenuto; nello sport e nei giochi di squadra bisognerebbe sottolineare l'altruismo all'interno del gruppo che ha permesso la vittoria, più che l’atto individuale del giocatore.

Questo porterà i ragazzi ad accontentarsi e abbassare gli standard? No, piuttosto a credere in se stessi per poter raggiungere livelli elevati (nel rispetto delle possibilità di ciascuno), con la consapevolezza che non sarà una passeggiata e che, se inizialmente potranno aiutarli, i talenti personali innati non basteranno; per arrivare in alto serviranno allenamento e costanza. Crescere in un contesto che fin dalla tenera età incoraggia il tentativo e riconosce l’impegno e i progressi che ne derivano può apportare grandi benefici a livello personale, relazionale e professionale, come spiegato dalla stessa Carol Dweck nell’intervento per TEDxNorrkoping del 2014 intitolato “La forza del credere di poter migliorare”.
immagine: mindset - importanza del processo / Photo by Caleb Woods on Unsplash

E se va male? Come comportarsi di fronte al fallimento di un figlio

Davanti a un insuccesso è inutile e dannoso negare l'evidenza; non cerchiamo di far sentire meglio nostro figlio mentendo sulle sue prestazioni o addossando la colpa agli altri (per esempio ai compagni, oppure all’adulto che ha svolto la valutazione): se noi per primi non accettiamo un suo passo falso e pensiamo che da quello dipenderà la definizione della sua persona, gli trasmetteremo il messaggio che la sconfitta è inaccettabile, contribuendo alla formazione di una mentalità di tipo statico. Ma se consideriamo l’evento come una battuta di arresto da non drammatizzare, su cui potrà riflettere per ricavarne una lezione, la sconfitta non sarà più così catastrofica ai suoi occhi. Si sentirà ugualmente frustrato, ma attraverso queste piccole crisi il ragazzo imparerà a piccoli passi a reagire anche a eventi di maggiore impatto, coltivando così una risorsa interiore importante: la resilienza. La cosa migliore che possiamo fare come genitori è imparare a lasciargli vivere queste esperienze. Quando avrà bisogno di noi, utilizziamo la cosiddetta critica costruttiva mostrandogli come rialzarsi, ad accogliere le sfide con entusiasmo e come gestire le situazioni in modo da potersi aspettare un risultato migliore la volta successiva. Cerchiamo di non trasmettere messaggi che investono integralmente la sua personalità in formazione, piuttosto insegniamogli a usare diverse strategie in modo flessibile, a lavorare e a perseverare per raggiungere i suoi fini, a considerare l’impegno come una possibilità concreta di aumento delle sue competenze attraverso la formazione di nuovi legami neuronali all'interno del suo cervello.
immagine: mindset - sviluppo bambini / Credits: Credits: rawpixel.com
Con la giusta dose di impegno e perseveranza, possiamo cambiare mentalità e guardare con occhi nuovi alle opportunità che ci offre il presente in ogni fase della nostra vita. Vuoi capire come passare da un mindset statico a uno dinamico? Parliamone insieme.

L’ansia: una risorsa preziosa (se sai tenerla a bada)

Una delle emozioni più intollerabili è l'ansia: uno stato d’angoscia nel quale non vorremmo trovarci mai, emblema dell'incertezza nonché causa di reazioni fisiche che ci appaiono insopportabili (tachicardia, arrossamento del volto e sudorazione, per citarne alcune). Generando quell'incessante - e generalmente inutile - rimuginìo sugli esiti futuri del problema che ci affligge, ci impedisce di concentrarci e ci toglie energie per affrontare il presente.
In realtà, però, anche questa emozione, come tutte le altre, può essere funzionale al raggiungimento dei nostri scopi: infatti, se riusciamo a mantenere l’ansia entro una certa soglia, può anche rivelarsi vantaggiosa.
Quando dobbiamo affrontare un colloquio o sostenere un esame, la reazione d'allarme che genera ci aiuta a concentrarci di più e focalizza la nostra attenzione evitandone la dispersione; sempre l’ansia, nei giorni precedenti a eventi importanti, mette in circolo specifici ormoni in maniera tale da farci preparare al massimo.
immagine: gestione ansia - vantaggi / credits: rawpixel
Se però l'ansia supera una certa soglia e non riusciamo a modularne l’intensità, allora diventa improvvisamente un limite: tutti gli aspetti positivi che potevano aiutarci a raggiungere un risultato si manifestano in maniera amplificata e diventano veri e propri ostacoli.
L'attenzione, al posto di essere focalizzata, si disperde distraendosi continuamente, la concentrazione non riesce a mantenersi a lungo su un compito; i pensieri disfunzionali entrano e sostano nella nostra mente, impedendoci di acquisire dati e informazioni per l’evento che ci preoccupa.
Insomma, un’ansia eccessiva può anche diventare la causa del nostro fallimento. È quindi fondamentale mantenerla sempre a un livello ottimale e farne un’emozione utile al raggiungimento dei nostri fini, anziché un ostacolo. Per fortuna esistono diverse modalità con cui poter gestire questa emozione così complessa e così frequente nella vita di molti di noi.

Primo metodo di gestione dell’ansia: l’equazione dell’ansia

Questa equazione è stata ideata dallo psicologo Paul Salkovskis, grande studioso dei disturbi d’ansia. Essa ci dice che l'ansia è determinata dall'influenza di quattro fattori: la gravità dell'evento, cioè quella che noi, soggettivamente, attribuiamo all'evento, moltiplicata per la probabilità stimata che l'evento stesso si verifichi, in rapporto con la capacità di tollerare l'evento temuto per la possibilità percepita di rimediare. Lavorare sull’intensità di uno o più fattori è l’elemento chiave per riportare l’ansia sotto i livelli di guardia.
immagine: gestione ansia - equazione
Secondo quest'equazione, se riusciamo a togliere importanza all'evento temuto (gravità dell’evento nell’equazione), senza catastrofizzarne le conseguenze, l'ansia diminuirà proporzionalmente; così pure se riusciamo a razionalizzare in maniera più oggettiva la probabilità che quell'evento accada (possibilità del suo verificarsi), per esempio ricorrendo a statistiche o raccogliendo informazioni da fonti accertate, sapremo gestirla meglio. Si tratta di semplici operazioni di contenimento dell’emozione; quando non è possibile compierle, possiamo prendere in considerazione le altre due variabili dell’equazione, quelle al denominatore della frazione. Per quanto riguarda la tolleranza dell’evento, dobbiamo mobilitare la cosiddetta resilienza, ossia la fiducia nel fatto di possedere le risorse necessarie a sopportare un eventuale esito negativo; inoltre possiamo sempre mettere in campo la possibilità di rimediare a quanto accaduto: se riusciamo a trovare un modo per ottenere ugualmente il risultato sperato nonostante le cose siano andate nel peggiore dei modi, non considereremo più l’evento temuto insormontabile, ma ci sembrerà affrontabile; anche in questo modo l’ansia diventerà più gestibile.

Secondo metodo di gestione dell’ansia: affrontare le emozioni che genera

Un altro modo per gestire l'ansia è quello di usare le emozioni, anziché evitarle. Molti studi dimostrano come lo stato di inquietudine che avvertiamo di fronte a un evento temuto sia in realtà una strategia per evitare di provare emozioni, una su tutte la paura: in poche parole, ci impegniamo di più a pensare verbalmente ai nostri timori che a sentire l'emozione. Tuttavia solo ascoltando ed immergendoci nelle nostre emozioni possiamo superarle e magari scoprire di essere più bravi nel gestirle di quanto non credessimo.
L’evitamento dell’emozione può essere immaginato come un individuo che non si decide a saltare da un trampolino: è lì sulla punta, impaurito, non riesce a muoversi, quando al trampolino vicino arriva una persona, che con una rincorsa si tuffa. Questa persona ha scoperto immediatamente che tuffarsi da un trampolino di media altezza di una piscina non è pericoloso; l’individuo che resta immobile sulla punta del trampolino continua a pensare che sia spaventoso e non riesce né a tornare indietro, né a compiere quel salto.
immagine: gestione ansia - evitamento emozioni / Photo by Jay Wennington on Unsplash
Nei suoi studi Tom Borkovec, professore di psicologia e ricercatore sui disturbi legati all’ansia, ha fatto emergere come, nella maggioranza dei casi, la paura più temuta sia verbalizzata piuttosto che immaginata visivamente; questo perché, attraverso il linguaggio, razionalizziamo la nostra paura ed evitiamo di provarla.
Se la mia paura più grande è che io possa avere un incidente e ritrovarmi su una sedia a rotelle, parlarne mi attiverà una leggera paura, ma sicuramente avrà un impatto più forte vedermi in un filmato su quella sedia a rotelle.
L’attivazione emotiva è molto più forte attraverso l’immagine che non attraverso la parola e la descrizione. Attraverso la razionalizzazione si raffredda l'emozione, cioè viene temporaneamente repressa. Infatti, gli inquieti sono dei rimuginatori e preferiscono pensare molto invece di provare emotivamente l'impatto di un evento negativo.

Mettere per iscritto le paure aiuta a ridimensionarle: l’esperimento di Pennebaker

Per testare i benefici dell’attivazione emotiva sullo stato ansioso delle persone, lo psicologo James Pennebaker ha svolto uno studio su dei giovani universitari, suddividendoli in un gruppo sperimentale e uno di controllo. Al primo ha fatto descrivere in un tema alcune esperienze personali di sofferenza vissute; al secondo, invece, è stato chiesto di scrivere un tema su argomenti privi di rilevanza personale. Immediatamente dopo aver scritto le proprie esperienze traumatiche, il gruppo sperimentale effettivamente riferiva di stare peggio di come si sentiva prima dell'esperimento. A qualche settimana di distanza, però, lo stesso gruppo si sentiva più positivo, più carico di energia, più ottimista all’idea di affrontare gli esami imminenti rispetto al gruppo di controllo. Come spiegare i risultati ottenuti? Secondo Pennebaker, mettere per iscritto le proprie emozioni:

  1. ci costringe a sostare in esse senza reprimerle, dimostrandoci che non ne saremo sopraffatti (gli studenti del gruppo sperimentale hanno sofferto, si sono portati dentro questo senso di dolore, ma sono riusciti comunque a superarlo);
  2. ci aiuta a capire che non ci sono eventi assolutamente catastrofici, soltanto alcuni loro aspetti ci intimoriscono davvero. Basta maturare questa consapevolezza perché quegli stessi eventi ci appaiano più facilmente gestibili;
  3. ci porta a ricollocare le emozioni nella giusta prospettiva, quella di risorse alle quali attingere per superare eventi traumatici. Spesso sono risorse che non sappiamo nemmeno di possedere, perché davanti all’idea di provare dolore e/o paura tendiamo a fuggire e, di conseguenza, non le tiriamo mai fuori.
Queste considerazioni ci suggeriscono un trucco per una migliore gestione dell’ansia. Per le persone che ne soffrono può essere utile tenere un diario delle emozioni, in cui riportare:

  • la situazione attivante;
  • le emozioni e i pensieri a essa collegati.
In questo modo possiamo usarle in modo proficuo, per esempio per conoscere meglio i nostri bisogni: le emozioni, infatti, contengono sempre delle informazioni su di noi; nello specifico, l'ansia ci avvisa dell'esistenza di un problema a cui noi diamo una certa rilevanza. Chiedendoci perché per noi quel problema sia così importante potremmo capire qualche cosa in più della nostra personalità, del nostro io e delle nostre convinzioni personali. Non perdiamo la possibilità di scoprirci in grado di affrontare le nostre paure e di conoscere noi stessi in profondità attraverso le emozioni, anche quelle che ci spaventano.
immagine: gestione ansia - diario emozioni / Photo by Kari Shea on Unsplash
Ti senti spesso bloccato/a dall’ansia? Contattami, insieme possiamo trovare il metodo più adatto per gestirla.

Solitudine: uno stress positivo in grado di farci superare i nostri limiti

Fin dai tempi antichi la sensazione di solitudine rappresenta una condizione da evitare con tutte le distrazioni possibili.
Alcuni filosofi la ricercavano e la consigliavano come uno dei modi migliori per raggiungere la verità, altri mettevano in guardia dal suo fascino e dallo stato d’animo che può indurre: spesso può spingerci a soffermarci troppo sui nostri pensieri e a crogiolarci nella noia, finendo nella spirale della malinconia.
Anche durante l’Illuminismo Blaise Pascal notava come molti uomini utilizzassero il divertimento (inteso come distrazione e ricerca di compagnia) per mettersi al riparo dalla solitudine, perché questa li poneva a contatto con la loro fragilità e li faceva meditare sulla propria condizione, alimentando sentimenti di angoscia; più tardi, in Italia, Giacomo Leopardi ci parla della solidarietà, tema già caro agli antichi greci, per rendere tollerabile la situazione di precarietà rispetto ai pericoli causati dalla natura matrigna in cui ogni uomo si trova da sempre, indipendentemente dal livello di progresso raggiunto dalla società in cui vive.
Ancora oggi la solitudine genera in noi sensazioni contrastanti. Ci affascina perché è quel luogo in cui possiamo spogliarci di tutte le maschere e ci spaventa per la stessa ragione: perché in quella nudità c’è il confronto con noi stessi e con la nostra vita; se in pubblico possiamo recitare una parte, di fronte al nostro io mentire diventa molto difficile. La solitudine ci pone a contatto con due emozioni difficili da modulare: l’ansia e la malinconia.

La solitudine: quando l’immagine di noi stessi è diversa dalla realtà

Psicologi e filosofi da tempo si interrogano sul significato del termine solitudine; è difficile trovare un senso comune, perché è risaputo che possiamo sentirci in buona compagnia anche stando insieme al nostro gatto, così come ci possiamo sentire soli anche in mezzo a un party di Capodanno. In un’ottica cognitivista (che vede cioè la conoscenza come il frutto di processi mentali individuali che partono dall’acquisizione di informazioni da un ambiente esterno, successivamente elaborate e adattate alle proprie esperienze specifiche), il sentimento di solitudine e di insoddisfazione può nascere mettendo a confronto l’immagine che abbiamo di noi stessi e la realtà che ci circonda:
  • se fra le due c’è concordanza oppure la realtà è al di sopra della nostra immaginazione, allora ci sentiremo realizzati e soddisfatti, sereni riguardo alla nostra vita;
  • se invece la realtà intorno a noi ci appare inferiore rispetto a quanto ci aspettiamo da noi stessi, allora proveremo frustrazione e insoddisfazione. Di fronte a questa sensazione di solitudine la cosa migliore è fermarsi e viverla, riflettere sulle possibilità che essa ci offre e utilizzare le emozioni che ci trasmette per capire a fondo le origini di questa discrepanza tra aspettative e realtà.
immagine: solitudine - discrepanza tra aspettative e realtà / Photo by Jakob Qwens on Unsplash

Ci guardiamo con i nostri occhi o con quelli degli altri?

Prima di tutto dobbiamo cercare di capire se questa insoddisfazione è reale, ossia se viene da dentro di noi oppure se è in qualche modo indotta dall’esterno.

Per esempio:
una donna potrebbe sentirsi realizzata stando a casa e prendendosi cura della propria famiglia, ma i suoi genitori potrebbero essersi fatti aspettative diverse su di lei, facendola sentire inconcludente una volta adulta per il fatto di non corrispondere agli standard familiari.
Oppure:
nella società di oggi trovarsi da soli è un’idea angosciante e questo messaggio viene incoraggiato dai media in maniera pressante: le pubblicità, le serie tv, le riviste ci mostrano personaggi circondati da una moltitudine di persone, larghi sorrisi, tavole stracolme ai bordi di piscine lussuose e così via; come se tutto questo divertimento fosse parte di uno stile di vita a cui non può ambire chi si trova solo.

Contrariamente a quanto sembra, una parentesi della nostra esistenza più ritirata è perfettamente naturale e, se non si trasforma in un isolamento totale, la solitudine può persino farci bene, in quanto ci permette di riflettere e di entrare in contatto con la parte più autentica di noi. Insomma: forse, dopo averci pensato su, potremmo anche accorgerci che la nostra vita non è poi così male e che basta modificare alcuni piccoli aspetti - di noi stessi o dell’ambiente che ci circonda - per sentirci di nuovo soddisfatti.
immagine: benefici solitudine - contatto con noi stessi / Photo by Haley Phelps on Unsplash

Presa di coscienza, stress positivo e problem solving: gli strumenti per un nuovo inizio

La sensazione di discrepanza fra quanto abbiamo ottenuto e ciò che ci aspettiamo da noi stessi può essere reale: potremmo renderci conto che quello che abbiamo raggiunto fino a oggi, indipendentemente dal suo valore sociale, potrebbe non essere ciò che desideravamo. È un’importante presa di coscienza, spaventosa ed esaltante: questa crisi ci permette di aprire gli occhi, pertanto cerchiamo di accoglierla con gioia e di ascoltare e ringraziare la malinconia che porta con sé. Il passo successivo è impegnarci per trasformare l’ansia da stress a eustress, ossia stress positivo; quel mix di eccitazione e timore che proviamo quando abbiamo stabilito un nuovo traguardo e che possiamo utilizzare come spinta motivazionale. Una volta riscoperte le nostre antiche aspirazioni, applichiamo il problem solving chiedendoci: quale problema mi impedisce di raggiungere ciò che desidero?
Come posso affrontarlo nel modo migliore?
Qual è la prima e più piccola azione che posso compiere per mettermi in moto?
immagine: solitudine - stress positivo come spinta motivazionale / Photo by Kevin O'Konnor on Unsplash
La solitudine, quindi, è un’opportunità di crescita personale, è naturale, fa parte della vita di ciascuno di noi e andrebbe accolta con gratitudine. Come un messaggero mandato da lontano, essa ci mostra i limiti della nostra vita che possiamo ancora espandere in diversi modi:
Entrambe le riflessioni richiedono il silenzio della solitudine per essere udite.

Stai attraversando un momento di solitudine? Capiamo insieme come affrontarlo senza paura e quali benefici può apportare alla tua vita.

fonti:


Combattere la pigrizia mentale si può, anche con la psicologia

In terapia cognitivo-comportamentale esiste una modalità per operare le proprie scelte, il problem solving. Questa tecnica è costituita da diverse fasi:

  1. si delinea bene il problema, definendolo nei dettagli il più possibile;
  2. si pensa a tutte le soluzioni che la nostra creatività ci suggerisce, anche le più improbabili (stimolano il pensiero creativo);
  3. si selezionano solo le migliori strategie che siamo riusciti a progettare;
  4. si sceglie quale azione compiere: dovremmo scegliere l’opzione che ha il rapporto migliore fra vantaggi e svantaggi, ricordando che non esiste una scelta giusta in senso assoluto;
  5. si mette in pratica la scelta.
Sembrerebbe ovvio: dopo esserci impegnati tanto per trovare una soluzione, una volta raggiunta non ci resta che metterla in pratica… Eppure a volte non lo facciamo. Perché?

Perché non riusciamo a vincere la pigrizia mentale

Rimaniamo bloccati nel dilemma pur sapendo quali azioni ci porterebbero fuori dalla situazione. Non è una condizione che ci piace: molte volte ce la prendiamo con noi stessi ritenendoci stupidi (“So benissimo cosa dovrei fare, eppure non lo faccio”) o dandoci dei giudizi morali severi (“Dopotutto me lo merito: sono un pigrone”). Questo stato di immobilità fisica, accompagnato da un continuo girare mentalmente a vuoto su uno o più problemi (detto anche ruminazione), è stato definito nel tempo in molti modi: accidia, psicastenia o, più comunemente, pigrizia e da secoli suscita timore e curiosità.
Timore perché, con la sua sola presenza apparentemente immobile e silenziosa, ma in realtà carica di giudizi, è in grado di risucchiarci ogni energia e ogni motivazione a sostegno dello sforzo necessario per raggiungere i nostri traguardi; può essere la causa del fallimento dei nostri piani.
Curiosità perché, oltre a essere un tratto soggettivo che può renderci più o meno propensi all’azione, nessuno ne è completamente immune nel corso della propria vita e in alcuni momenti, di fronte a certi compiti, capita di sentirsi catturati dalla pigrizia e di voler rimandare l’azione.
immagine: pigrizia mentale - ruminazione / credits: Nik Shuliahin

Le tre principali cause della pigrizia: paura di fallire, di riuscire, rassegnazione

Da dove viene la pigrizia, si può davvero combattere? Dipende dal nostro carattere o ne siamo soltanto vittime? Si può fare qualcosa per vincere la pigrizia oppure quando si manifesta dobbiamo rinunciare agli obiettivi della nostra vita? Sono tante le domande a cui rispondere. Se riflettiamo sulle diverse cause che possono generare questo stato, notiamo che la pigrizia appare come un segnale che indica un momento di disagio di chi ne soffre, piuttosto che una caratteristica costante della persona. Le cause che la generano, infatti, di solito sono:

La paura del fallimento

La riuscita dei nostri progetti, anche i più ambiziosi, richiede sempre un primo passo che segni la partenza verso quello scopo: una ricerca su internet o sui giornali, qualche telefonata per prendere un appuntamento con qualcuno, un giro in automobile per osservare il territorio; niente di troppo faticoso. È soprattutto in questo caso che sorge il dubbio che il problema non sia la pigrizia come tratto individuale, ma qualcosa di più profondo, che ha a che vedere con l’autostima, l’ottimismo e la fiducia in noi stessi: la strutturazione nella personalità di un atteggiamento di sfiducia verso le nostre capacità e la possibilità di reagire alle avversioni che ha origine nei nostri primi anni di vita, durante i quali potremmo aver imparato che chi sbaglia ha fallito. Questa considerazione così drastica delle naturali difficoltà che incontriamo durante la realizzazione di un obiettivo ci portano a scegliere di non sbagliare per non sentirci falliti. Questa convinzione ci blocca prima ancora di aver provato a fare qualcosa e, se da un lato ci libera dalla paura di fallire il nostro sogno, dall’altro ci lascia ugualmente in uno stato di frustrazione e insoddisfazione che alla lunga può manifestarsi con stati d’animo problematici (perenne tristezza, noia, rabbia, invidia).
immagine: pigrizia mentale - paura del fallimento / credits: rawpixel

La paura del successo

Complementare alla paura di fallire è il suo opposto: la paura del successo. Da adulti viviamo inseriti in sistemi più o meno stabili nel tempo, che garantiscono a chiunque ne fa parte una certa prevedibilità e sicurezza; queste possono rappresentare una rampa di lancio da cui uno di noi talvolta riesce a spiccare il volo. Ma nei sistemi ci si influenza reciprocamente e le vicende di uno dei suoi appartenenti hanno sempre una ricaduta su tutto l’insieme, positiva o negativa. Spesso questi effetti sono imprevedibili e il singolo comincia a temerli: proviamo sensi di colpa verso le persone care che non attraversano lo stesso nostro periodo positivo, oppure, a causa delle pressioni sociali, ci imponiamo stili di vita conformi a presunti status che non ci fanno sentire felici e realizzati (la donna deve guadagnare meno dell’uomo altrimenti lo umilia, avere aspirazioni significa essere avidi, e così via). Di fronte a tante preoccupazioni legate al nostro successo personale, spesso quando stiamo per tagliare il traguardo scegliamo, inconsapevolmente, di accontentarci e rimandiamo quegli ultimi passi fino a dire a noi stessi che non siamo stati capaci perché troppo pigri.
immagine: pigrizia mentale - paura del successo / credits: rawpixel

La rassegnazione al proprio stato

La pigrizia, infine, può essere il segnale di una rassegnazione profonda, che ci appare senza via d’uscita: una rassegnazione verso il futuro, verso noi stessi e le nostre capacità, verso gli altri e la fiducia che riponiamo nel prossimo; sentiamo che nessuno può aiutarci e rimaniamo immobili nel nostro senso di disperazione. Chi ci sta vicino ci incita in buona fede, ma involontariamente rafforza il giudizio negativo che abbiamo di noi stessi, facendoci scivolare ancora più a fondo. È il quadro che dipinge il grande psichiatra Aaron Temkin Beck quando parla di triade cognitiva (la visione negativa di sé, del mondo circostante e del futuro) e del senso di solitudine che pervade la persona ammalata di depressione. In questo caso la pigrizia non ha niente a che vedere con il carattere o con la voglia di reagire, è il sintomo di uno stato psicologico che richiede attenzione e cura da parte di specialisti.
immagine: rassegnazione - triade cognitiva / credits: Flash Bros
Tirare fuori pensieri e sentimenti negativi parlando con un terapeuta non deve spaventarci, né va vissuto come una debolezza o un’incapacità a risolvere i nostri problemi da soli; significa che esiste un percorso guidato attraverso il quale la pigrizia si può superare, basta solo essere aperti a nuove (e meno pessimistiche) visioni di noi stessi, di quanto ci accade e delle possibilità che ci riserva il domani. In questo modo saremo in grado di gestire in modo più proficuo le gli imprevisti in grado di minacciare il nostro benessere mentale e la nostra realizzazione.

Stai attraversando un momento di pigrizia e non riesci a uscirne? Contattami, insieme possiamo farcela.

Tecnologia e personalità: come il web influenza lo sviluppo dei giovani

Parlare con i giovani è il modo migliore per informarsi e conoscere meglio la loro percezione dei possibili rischi e vantaggi a cui si sottopongono utilizzando internet attraverso i vari dispositivi. Gli adolescenti di oggi appartengono alla cosiddetta i-Generation (altrimenti conosciuta come Generazione Z), che comprende i nati dalla metà degli anni Novanta fino al 2010. Questi ragazzi si muovono con dimestichezza su una serie di nuovi schermi (cellulare, consolle e così via) online e offline. La loro scioltezza è tale che essi non usano la rete, bensì la vivono (Livingstone, 2009), passando con disinvoltura da dentro a fuori e rendendo il confine fra i due mondi molto fluido, tanto che molti eventi che accadono in rete hanno una forte ricaduta anche nella loro vita reale.
immagine: tecnologia e personalità - i-generation / credits: rawpixel.com

Come usano i media digitali gli adolescenti in Europa?

L’Istituto MEDIAPPRO ha condotto nel 2004 una ricerca internazionale sull’uso dei media digitali fra i ragazzi dai 12 ai 18 anni in 10 Paesi europei, rivelando che:

  • il 90% dei giovani fa un uso abituale di internet per fare delle ricerche, guardare la posta elettronica o ascoltare la musica;
  • riguardo ai rischi di incontri con sconosciuti, il 47% di loro dichiara che non si intratterrebbe mai in rete con qualcuno di cui non conosca almeno parzialmente l’identità, dimostrando una certa percezione del potenziale pericolo insito nel web. La percentuale di rischio in Italia è ancora più bassa rispetto agli altri paesi a causa dei controlli più rigidi da parte dei genitori, restrizioni che però vengono pagate dai nostri giovani in termini di facilità d’accesso all’utilizzo del web (Mascheroni, 2012).

immagine: tecnologia e personalità - giovani europei e media digitali / credits: Gaelle Marcel

Gli effetti positivi del web sulla personalità: rafforzamento dell’identità e decision making

Non c’è alcun dubbio sul fatto che i vantaggi connessi a un uso adeguato di internet siano molteplici ed evidenti: con i motori di ricerca abbiamo immediatamente sottomano una quantità inimmaginabile di informazioni, possiamo fare ricerche e approfondimenti senza muoverci da casa rintracciando tutto il materiale che ci serve, pubblicizzare prodotti e servizi a costi accessibili; attraverso i social network manteniamo rapporti con persone anche fisicamente lontane, ritroviamo vecchie amicizie e restiamo informati su persone a cui teniamo anche dopo tanti anni, contattiamo persone altrimenti irraggiungibili; possiamo, inoltre, tenere un diario, esprimere considerazioni, crearci addirittura un lavoro su piattaforme dedicate.
Dalla compravendita online al blogging professionale, il web sembra premiare le buone idee: non necessariamente le più intelligenti, ma certamente quelle che riescono a individuare i temi caldi del momento e catturare l’interesse degli utenti. L’opportunità di mettersi in gioco pubblicamente, sperimentando la forza delle proprie convinzioni con un confronto indiretto, costituisce anche una forte spinta al rafforzamento della propria identità. Inoltre, sebbene non sia ancora stato confermato dalle ricerche, sembrerebbe che la rapidità con cui i giovani si muovono attraverso i dispositivi sia anche un fattore di potenziamento del processo decisionale (o decision making).
immagine: tecnologia e personalità - rafforzamento identità / credits: Clem Onojeghuo

Gli aspetti negativi: scarsa conoscenza e gestione emotiva, di sé e degli altri

Accanto a tutte queste meraviglie, la rete paga il prezzo della sua rapida evoluzione: a tanta velocità di sviluppo, l’uomo tecnologico non è stato in grado di far corrispondere un’adeguata conoscenza del settore e si è trovato impreparato di fronte a sviluppi non previsti: il presidente di Facebook, Mark Zuckerberg, ha affermato di non aver previsto il clamoroso successo del suo Facebook al momento della sua creazione e recentemente il co-fondatore di Twitter ha espresso grande rammarico per gli insulti e gli atteggiamenti violenti che viaggiano sul social grazie all’uso distorto della possibilità di esprimersi liberamente, garantita a qualsiasi utente abbia un account. Internet risulta un mondo poco gestito, in cui mancano regole condivise e con pochi strumenti mirati a contenere fenomeni che possono avere gravi ricadute nella vita reale delle persone. I pericoli della rete possono provenire da contatti:

  • esterni (soggetti privi di scrupoli che insultano, pretendono, minacciano, fingono, manipolano e non sono facilmente identificabili)
  • interni, cioè ragazzi stessi che a volte utilizzano in maniera disfunzionale la loro naturale propensione alla ricerca di sfide sempre nuove, a discapito della loro crescita personale e dello sviluppo delle competenze sociali. Infatti l’uso quasi esclusivo dei dispositivi e dei social per comunicare inibirebbe la capacità di conoscere e gestire le proprie emozioni (Sproull e Kiesler, 1986) soprattutto nei seguenti ambiti:
  1. capacità di autoregolazione emotiva;
  2. capacità di riconoscere le proprie emozioni e saperle contestualizzare;
  3. capacità di lettura delle emozioni altrui con conseguenti comportamenti inadeguati.
Se è vero che i social sono comunque un modo per restare in contatto e avere numerose interazioni, è però innegabile che tutto l’aspetto non verbale e paraverbale della comunicazione, così importante nel dialogo faccia a faccia, viene cancellato, ostacolando il riconoscimento chiaro della reazione dell’interlocutore e quindi la conoscenza emotiva dell’altro.
Un altro problema che sta emergendo, sebbene non sia stato ancora sufficientemente indagato, sembrerebbe derivare da una iniziale opportunità: la facilità di reperimento e la molteplicità delle informazioni ridurrebbero la capacità di concentrazione e di tolleranza dell’attesa. Il continuo passaggio da un dispositivo all’altro o da una notizia a un’altra più recente non aiuta il giovane a imparare a gestire l’incertezza, né a fermarsi di fronte all’assenza di risposte; attraverso i feedback immediati (come simboli e commenti espliciti sotto i post) non può imparare ad allontanare la ricerca di gratificazione; l’aspetto pubblico di molti eventi in rete non gli insegna a elaborare eventuali frustrazioni, percorso che richiede un momento di chiusura e riflessione personale lontano dai riflettori.
immagine: tecnologia e personalità - feedback social / credits: Marina del Castell
Il compito di proteggere questa nuova generazione passa per due punti fondamentali: comprendere che significato abbia la rete per i giovani e tenere presenti le naturali motivazioni che portano l’adolescente a progredire verso lo status di adulto, assumendo un atteggiamento volto a stimolare lo sviluppo dell’agentività dell’adolescente, cioè la consapevolezza di poter assumere responsabilmente il controllo della propria vita; questo anche attraverso un uso consapevole di internet, che gli permetta di scoprire modalità funzionali al conseguimento di tali scopi evolutivi.

Ti interessa capire come gestire nel modo migliore emozioni e rapporti al di fuori della rete? Parliamone insieme.